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FRANCESCO CONSIGLIO

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SANTI, PUGNI E SPUTI IN FACCIA
Consiglio riscrive Verga

Sotto il baldacchino, san Nicola dei Marinai ondeggiava da una parte all'altra.

"Ci fossero altre braccia! Questa volta non lo tengo!"

"Se lo fai cadere, don Giuseppe t'ammazza…"

Quell'anno i portantini erano due, e sopportare il peso – quasi un quintale, compreso lo stendardo – che di solito toccava a sei portuali, tre per ogni lato, non era cosa facile.

A Montammare di Catania impazzava la peste, la terribile e silenziosa peste degli abbracci. Per contenere l'epidemia non c'era altra soluzione che tenersi a distanza ed evitare affollamenti. Le mille e più persone che ogni anno arrivavano da tutta la provincia per partecipare alla festa dei santi Nicola e Bernardo, erano obbligate da mesi a stare in casa, e chi violava la clausura si beccava una denuncia. Ai soli montammaresi rimaneva una possibilità: affacciarsi ai balconi e alle finestre, pregare e aspettare il passaggio delle statue miracolose.

Il prefetto aveva in principio vietato il corteo, ma don Giuseppe era stato insistente: "Come fa san Nicola a liberarci dalla peste e farci tornare in mare e per le strade, se lo teniamo prigioniero nella chiesa? È come se gli dicessimo che non ci fidiamo. Lui a queste cose ci sta attento e si offende. Vuole uscire, e allora ci farà la Grazia".

"Se dico di sì a voi, mi troverò costretto ad autorizzare anche il corteo di san Bernardo della Montagna".

"Ah, no! Quello è un santo minore, il massimo che riesce a fare è trovare qualche pecora smarrita. La sua festa può essere rimandata".

"Così mi ritroverò i suoi devoti sotto casa, armati di forconi".

"Esagerato! I montanari avranno occhi solo per piangere, quando san Nicola ci libererà dalla peste".

"Lei dimentica che io sono nato in montagna".

"Mi perdoni".

"Autorizzerò entrambe le processioni per l'amore che ci lega ai nostri santi, ma ad una condizione: niente banda, niente calca dei fedeli e niente mortaretti".

"San Nicola ama i mortaretti".

"Don Giuseppe… lei non si arrende mai, vero?"

"Mai".

"Questa volta dovrà farlo. Mi ascolti: io avevo uno zio salesiano, con la barba lunga e bianca, insegnante di religione nelle carceri, grande predicatore. Se un detenuto lo faceva innervosire, lui rispondeva con una carezza sulla guancia e gli diceva che, nella cura delle anime, occorrono una tazza di scienza, un barile di prudenza e un oceano di pazienza. Io per lei sto attraversando quell'oceano, dunque la prego di non esagerare".

"Ho capito: niente mortaretti".

Montammare di Catania aveva due frazioni, sopra e sotto, e il sentiero che li univa era ripidissimo, fiancheggiato di rocce rossigne e rovi, dalla montagna al mare. Due frazioni, due popoli e una guerra di religione. Se san Nicola avesse liberato il paese dalla peste prima di san Bernardo, ci sarebbe stato, a suo favore, un gran travaso di devoti.

Questo pensiero tormentava don Calogero Montana, parroco della chiesa di san Bernardo: "Perché devo dare ai miei avversari il vantaggio di uscire per primi? Se San Nicola esce domenica mattina, san Bernardo uscirà domenica mattina. Guerra dev'essere e guerra sia, ma alla pari".

Partirono così all'unisono le due processioni meno affollate che la storia di Montammare ricordi. Sei persone in tutto: due sacerdoti e quattro portantini.

Don Calogero precedeva il fabbro Bernardino Scarrozza e il vigile del fuoco Salvo Vella, presidente e tesoriere del Comitato dei Servi del Preziosissimo Nome di Santa Maria Madre della Divina Armonia Celeste e dei Quattro Portici d'Amore della Chiesa di San Bernardo Ultimo dei Padri.

Nel frattempo, di sotto, don Giuseppe era seguito dal pescatore Remo Cozzolo e dal pesciaiolo Nicola Maria Balena, fondatori dell'Associazione dei Pii Fedeli della Barba di San Nicola Unico Faro nella Tormenta.

Poiché il sentiero che portava in cima era lo stesso per il quale si scendeva a mare, inevitabilmente quegli uomini si trovarono faccia a faccia, e nessuno giurerebbe sulla Bibbia che rispettarono la distanza di sicurezza consigliata dai medici per prevenire il contagio.

Alla vista dei nicoliani, don Calogero, che in gioventù era stato un pugile dilettante – non esattamente un tizio con cui parlare di ermeneutica teologica – grugnì con voce di porco, come se volesse canzonarli: "È inutile che vi stancate. Non sarà certo san Nicola a liberarci dalla peste".

A don Giuseppe non parve vero di essere provocato, perché dovendo affrontare la salita – e non dimentichiamolo: era estate – gli dolevano le ossa e le giunture, e la gola gli era diventata secca. Da lì a poco sarebbe stramazzato al suolo con un tonfo fragoroso. Fece cenno ai suoi compagni di appoggiare a terra la portantina, bevve vino da una borraccia che portava al collo – ironia del contrappasso: come un cane da soccorso, un sanbernardo – e rispose: "Per l'amor di Dio! Faresti meglio a chiudere la bocca. San Nicola ha fatto miracoli che il tuo Bernardo al confronto è un mago dilettante".

"Bugiardo!" sbottò don Calogero, e si mise in posizione da combattimento, stringendo i pugni.

Don Giuseppe accolse l'invito e lo colpì con uno schiaffetto alla guancia, come per dire: accetto di battermi, vediamo che sai fare. Poi ringhiò, mostrando i denti: "Bugiardo, io? Ma come ti permetti? Ti devo ricordare la storia della figlia di Giuseppina Catena miracolata da san Nicola?"

"Non capisco di che parli".

"Per essere un montanaro, sei più confuso di una sarda nella rete! Possibile che hai dimenticato quello che è successo? La bambina che si rovesciò addosso una pentola d'acqua bollente? Sua madre che la portò in chiesa tutta fasciata e le fece toccare il piede di san Nicola con la fronte? Due giorni dopo le ustioni scomparvero da tutto il corpo".

"In paese non ricordo nessuna Giuseppina Catena", ribadì don Calogero, restituendo il leggero manrovescio. Poi, rivolgendosi ai compagni: "Voi ne avete sentito parlare?"

"Io no", rispose Bernardino. "E tu, Salvo?"

"Io neanche. Ma don Giuseppe non ha i problemi di lavoro che abbiamo noi. Lui continua a prendere lo stipendio e riposa bene. Forse questa Giuseppina l'ha vista in sogno. Chiediamogli piuttosto se conosce la storia di Domenico Bongiovì, che fu devoto di san Bernardo al punto da indebitarsi per pagare i banchi nuovi della chiesa".

"Mai sentito".

Don Calogero strabuzzò gli occhi e si batté la coscia con il palmo della mano. Niente di rassicurante. Guardò dritto negli occhi don Giuseppe e ribatté: "Vuoi mettere in dubbio l'esistenza di Mimmo, il famoso gobbo di Montammare? Mio nonno me ne parlava sempre. Il giorno di Pasqua di tanti anni fa posò una mano sopra la spalla di san Bernardo e la gobba piano piano si ritrasse".

"Minchiate".

"Ma bravo! Ti sembra un linguaggio da prete?"

"Forse preferisci questo tipo di linguaggio", rispose don Giuseppe, e tirò un pugno che si stampò sul naso dell'avversario.

Don Calogero reagì con un calcio sotto la cintura.

"Prendi questo!"

"Ahi! Ma non si può, bastardo!"

"Il buon Dio mi scuserà. Se facciamo il conto dei miracoli, il mio santo batte il tuo cento a zero. Ho ancora in mente l'immagine di san Bernardo che si alza in aria, levitando sopra la folla, durante la processione del 1972".

"Non me lo ricordo".

Don Giuseppe sferrò una serie di colpi al volto. Il suo braccio destro era uno stantuffo: pum, pum, pum.

L'altro, sorpreso da tanta arditezza, si rannicchiò su sé stesso, poi reagì con un gancio. Anzi, no: prima uno sputo. E disse torvo: "Una volta il sole comparve improvvisamente in cielo durante una tempesta, proprio mentre san Bernardo stava uscendo dalla chiesa, nel luglio del 1982".

"Non mi ricordo niente ".

La zuffa diventò feroce. Montante di don Calogero. Gancio destro di don Giuseppe, che fu subito investito da una combinazione di pugni: alla fronte, al naso, alla punta del mento. Sputò sangue ma non volle dargliela vinta: "E tu, disgraziato, ti ricordi suor Agnese, che era sorda e riuscì a guarire dopo che la statua di san Nicola le cadde sulla testa?"

"No".

"È il diavolo che ti fa perdere la memoria!"

"O sei tu che mi racconti frottole", rispose don Calogero. "Io ricordo benissimo di quando san Bernardo fece apparire dal nulla una valigetta con dieci milioni di lire per ricostruire la torre campanaria, crollata nel 1980".

"Ah, ah, ah! Quei soldi te li fece avere l'onorevole Barciccia. Andasti fino a Roma a supplicarlo, mi ricordo".

"Non è vero!"

Un potentissimo diretto destro di Don Calogero fece ruotare tutto il corpo dell'avversario nel senso del pugno. Un gesto tecnico micidiale, risolutivo.

Don Giuseppe urlò: "Viva san Nicola, fino alla morte!"

Poi cadde a terra. Nella polvere.

"Dove minchia lo imparò quel colpo?" chiese Bernardino Scarrozza, mentre si complimentava con il suo parroco.

"Campionati regionali di pugilato, 1986. Un ex carcerato di Catania mi mise ko con un diretto alla mascella" rispose don Calogero, massaggiandosi le nocche indolenzite e umide di sangue.

Quando gli animi si furono calmati – dopo ogni scazzottata si tornava più o meno amici – San Bernardino fu il primo a muoversi e puntare verso il lungomare, spinto dall'allegria dei suoi portantini.

Il volto di marmo era illuminato da un bellissimo sorriso che lo attraversava da parte a parte.

Sembrava vivo.

*Il racconto ispiratore è "Guerra di santi".