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FRANCESCO CONSIGLIO

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BESTIE
Consiglio riscrive Tozzi

Con mio marito è un affare serio, ogni volta che ci sediamo a tavola! Lui è un fanatico delle trasmissioni di cucina. Il suo dio non è Dio ma Carlo Cracco da Creazzo, santo patrono e fustigatore degli aspiranti chef. Lo immagina dotato di superpoteri, tipo accendere il barbecue con le braccia incrociate, fissandolo con il suo sguardo di fuoco.

Perfettamente incarnato nel personaggio del giudice televisivo, mio marito non cucina ma detta il verbo, si sdegna, fissa il piatto e comincia a fare smorfie di disgusto, prima impercettibili poi sempre più teatrali.

Gli faccio notare che può risparmiarsi la commedia. Sbuffo: "Cosa c'è che non va nel mio minestrone?"

Lui mi guarda con la rigidità di un busto di granito. Dice: "I tagli delle verdure sono troppo precisi".

"I tagli?"

"Sì, amore. Ti sembra normale che i pezzetti di pomodoro abbiano le stesse dimensioni delle zucchine, delle carote e dei fagioli?"

"Non capisco l'errore".

"Questo è minestrone surgelato. Non avevi voglia di prepararlo a mano e hai comprato quello in busta. Preconfezionato, industriale, scialbo. Un vero schifo!"

"Senti un po'… perché non vai al ristorante?"

"Ci vado, ma prima voglio dirti che sono molto deluso. Il brodo, amore mio…" – Amore un corno, penso io. – "Il brodo ha un sapore indefinito! Non si distingue un'erba. Cosa ti costava metterci dentro un pizzico di rosmarino o una foglia di salvia? E invece no. Hai usato il dado".

"Devo cercarmi un avvocato?"

"Se ci fosse un tribunale dei cuochi, ti porterei volentieri dietro il banco degli imputati. Sarebbe il minimo".

"C'è altro?"

"Quante volte ti ho detto che il minestrone va servito con i crostini di pane?"

"Scusami. Ero soprappensiero e me ne sono dimenticata".

"Si può sapere a cosa diavolo pensavi? Se non avessi fatto la schizzinosa con la tv, ora sapresti che i grandi chef insegnano che cucinare è come pregare. Quando lasci troppo spazio ai pensieri perdi la concentrazione, preghi male e cucini peggio!"

Ha il cervello nella fossa, mio marito, completamente andato. Una goccia di bava gli cola dall'angolo della bocca, mentre blatera parole su parole che mi sforzo di non sentire. Lo guardo con tutto il mio odio, e lui fa altrettanto.

Se qualcuno di voi lettori sta pensando che sono una stupida a permettergli questo atteggiamento, vi do ragione: non glielo dovrei permettere. E se mi dite che dovrei mollargli uno scapaccione, vi rispondo che è così: dovrei mollargli uno scapaccione.

Ma vi spiego: lo faccio apposta. È una tattica che si chiama rope-a-dope, e vuol dire "prendi al laccio l'imbecille". Funziona così: mentre lui vomita insulti, io mi arrabbio il meno possibile e lascio che sfoghi il suo fanatismo da chef pantofolaio. Le offese sfumano nell'aria, e piano piano lui si stanca, fino a perdere energia e lucidità. Allora, come una pugilatrice furba e veloce, campionessa del mondo nella categoria della dialettica matrimoniale, gli assesto un pugno, un pugnarello, una di quelle frasi che un uomo non può sopportare.

"Sei un po' stempiato".

"Non è vero! Lo dici solo perché vuoi ferire la mia virilità".

"Che me ne importa? Da quel punto di vista, per me sei come un fratello".

A questo punto lui sente che me lo sto mangiando e la butta sul patetico. Piagnucola: "Mi ferisci".

"Hai ciò che meriti".

Forse voi non lo sapete, ma nell'armamentario verbale delle liti un uomo ha meno munizioni di una donna. E arriva sempre il momento in cui pensa di risolvere con le mani.

"Ti spacco la testa con una bottiglia!" – "Ti ammazzo come una lucertola!" – "Ti rompo i denti!" – "Ti prendo a calci!" – le solite cose che i mariti hanno detto o pensato, almeno una volta nella vita.

Prima che lo faccia per davvero, devo umiliarlo con la verità killer, quella che mi preparo da giorni e lo farà sentire come un uomo risucchiato da un gorgo.

Non è qualcosa di banale come "Ti ho tradito", "Non ti amo più", o altre perfidezze che gli darebbero la scossa, e allora rischierei davvero di essere pestata.

Gli dico: "Voglio trovare la forza di andare via, fare in modo che il tuo pessimo amore non corrompa più il mio sangue".

Che letteratura, che siluro! Marito colpito, marito affondato.

"Non andartene, ti prego, non lasciarmi!" latra adesso come un cagnolino, temendo di perdere quel che ha, per quanto miserabile gli appaia. Come farà a sopravvivere senza una santa che gli stira le camicie?

La situazione si è capovolta. Ora sono io in vantaggio e lui ha gli occhi bassi e umiliati, traboccanti di paura.

Con lo sguardo severo, come una madre che vorrebbe sculacciarlo per i suoi capricci, gli domando: "Il minestrone non è di tuo gradimento?"

"No, è buonissimo. Ero scettico, ma ho dovuto ricredermi. Guarda tu stessa come mangio".

In questo mentre, oscillando sull'orlo dell'abisso che si è aperto tra di noi, ci accorgiamo di un servizio del telegiornale. La pandemia che sta devastando l'Italia continua a mietere vittime. Gli ammalati sono in stato gravissimo e i posti negli ospedali non bastano più. Lo chef Cracco si è offerto di cucinare per gli operai che stanno lavorando alla costruzione di un reparto di terapia intensiva alla Fiera di Milano.

La rabbia finisce.

Mio marito mi prende il viso tra le mani, dolcemente, e mi dà un bacio. Nelle sue labbra sento la paura della solitudine, il fremito di un uomo che, per non morire, ha bisogno continuamente di ripetere a sé stesso: "Io sono", "Io sono questo e quello", pur non sapendo cosa.

Mi fa quasi tenerezza, e allora penso a quanti sogni sono andati a male, alla giovinezza che non è più con noi, alla tragica contraddizione di godere buona salute e ammalarsi di scontentezza.

Penso anche che quando il destino ci scaraventerà nella malattia e nella morte, il ricordo di esserci presi a morsi come bestie ci farà vergognare.  

*Il racconto ispiratore è "Una formica", tratto dalla raccolta "Bestie".