Sono all'aeroporto di Pescara e tra un'ora partirò per Palermo. Un'ora, forse, ma temo d'essere ottimista, perché un temporale con rovesci di grandine e raffiche di vento ha già prodotto tre modifiche all'orario di partenza: dieci minuti, poi trenta, trentacinque. Le ali degli aerei fermi sembrano ondeggiare e il tabellone delle partenze segnala che il ritardo è "indeterminato". 
A me la noia fa uscire di testa. Non so che fare e mi metto a ricordare i corpi grottescamente sfigurati che ho visto da bambino, le teste mozzate, i teli bianchi sporchi di sangue.
Mi ricordo che, il 12 settembre 1978, il giorno prima che ci trasferissimo in Abruzzo, a Scesa di Trinacria erano morte tre persone. 
Mi ricordo che a Mariano Pazzocane, il giovane custode del cimitero, avevano sparato mentre tornava a casa in bicicletta. Mio padre disse che Mariano era veramente, ma veramente, un bravissimo picciotto, e se l'avevano ammazzato, la colpa era certamente, ma certamente, di uno scambio di persona, altrimenti non si spiegava. 
Mi ricordo che il corpo dell'operaio Luigi Zambito, nudo e crivellato di proiettili, era stato portato di notte davanti alla porta della casa di sua madre, in modo che la donna, uscendo per andare al lavoro, inciampasse nel cadavere. Mio padre disse che Luigi ogni tanto esagerava con il vino e si lasciava scappare una mezza parola di troppo, ma era veramente, veramente un bravissimo cristiano, educato e gentile, e se gli avevano sparato, era stato certamente, ma certamente, uno scambio di persona. 
Io avevo dodici anni, e di mafia e ammazzatine capivo poco, ma gli chiesi: «Papà, se sono stati due scambi di persona, forse chi voleva sparare a Mariano ha sparato a Luigi, e chi voleva uccidere Luigi ha ucciso Mariano. Alla fine cosa conta? Sono morti tutti e due, e se erano mafiosi, giustizia è fatta». Mio padre mi guardò come se avessi preso un brutto voto e mi ammonì: «Santu celu, ma comu puoi pinsari una cùosa accussì scema? Nun ràpiri vucca cu nuddu, mi raccumannu, o dirannu ca si pazzu».
Il terzo morto si chiamava Mimmo Marocchino, ed era stato pugnalato al cuore con un punteruolo, però in carcere, al Nord, e anche se era di Scesa di Trinacria, mio padre disse che i giornalisti infangavano la nostra comunità parlando di tre morti, perché i morti in paese erano due. Poi aggiunse: «Quannu un carceratu ammazza un àutru carceratu, nun si avissi mancu dari la notizia! Picchì la genti ci metti n'attimo a pinsari ca lu Statu nun avi lu cumannu di li carceri». 

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