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FRANCESCO CONSIGLIO

riscritture

CORNETTO ROSSO CONTRO MORTE ROSSA
Consiglio riscrive Poe

Nel gennaio del 2037, decimo anno dall'unificazione del nuovo ordine oligarchico che aveva preso il controllo del mondo, la Morte rossa aveva cominciato la sua triste mietitura. Non si era mai visto un attacco così terrificante. Umanoidi progettati per diffondere un virus mortale erano stati inviati sulla Terra da una civiltà aliena, con il compito di mischiarsi al popolo e infettarlo.
Chi entrava in contatto con gli untori avvertiva dopo poche ore un dolore appuntito e straziante alla nuca, come se una lama di coltello la squarciasse dall'interno. In meno di mezz'ora la testa dei contagiati esplodeva in un turbine di ossa, sangue e materia cerebrale. 
Il generale Pankratius Otto Schweinsteiger, capo della Repubblica Democratica delle Nazioni Unite dell'Emisfero Settentrionale, aveva deciso di schedare e controllare militarmente ogni famiglia, poiché c'era il sospetto che gli automi, perfettamente in grado di assumere sembianze umane, si fossero sostituiti a persone che avevano ucciso. 
Nonostante le numerose informazioni raccolte non avessero portato a nessun arresto, il generale era diventato un punto di riferimento per tutti i membri del governo mondiale che si rivolgevano a lui per chiedere aiuto o consiglio su come combattere gli alieni. Ma alcuni mesi dopo, durante una conferenza televisiva, rispondendo a una domanda sulla curva di diffusione del virus, aveva elencato i nomi dei calciatori della Germania Est ai mondiali del 1974. Un errore di funzionamento del suo sistema operativo ne aveva rivelato la natura extraterrestre. Prima di essere linciato dalla folla inferocita, Schweinsteiger si era estratto dalla gola la scheda madre e l'aveva fatta a pezzi, spegnendosi per sempre.
La popolazione mondiale, persa la fiducia nelle forze armate, aveva scatenato violente sommosse in tutte le nazioni, devastando caserme e automezzi dell'esercito. Il mondo era sprofondato nel caos, mentre la pandemia infieriva più rabbiosamente che mai e gli alieni si preparavano all'invasione finale.
Nel frattempo, alla periferia di Napoli, in quello che era stato il ridente e tranquillo paese di Santa Maria Visparella, il sindaco Mimmo Esposito, su consiglio di un suo cugino muratore e filosofo, si era persuaso che la giusta soluzione non fosse combattere la tempesta ma imparare a danzare sotto la pioggia. 
Perciò, nel tentativo di convincere i suoi concittadini che sarebbe stata una pazzia affliggersi e darsi pensiero, annunciò una cena comunale con danze e musica dal vivo che si sarebbe tenuta nel ristorante Bongiorno ammore di Peppe Proietti, un napoletano mezzosangue, di padre laziale, che tutti chiamavano Pepè Nun C'è per la sua abilità nello sfuggire alla Polizia Armata dei Tributi.  
Il ristorante era diventato meta di pellegrinaggi da quando Peppe aveva posto all'ingresso una statua di Diego Maradona realizzata con i gusci delle cozze. Un gigantesco Maradona, alto quasi due metri, quanto invece gli almanacchi dicono che l'ex stella del Napoli era 1 metro e 65 centimetri. Molti napoletani, non solo tifosi ma anche semplici cittadini, venivano a baciare il piede sinistro della statua nella speranza che il Pibe de Oro gli concedesse il miracolo di non fare la tragica fine dei loro antenati morti a causa delle varie epidemie di colera.

Il gusto di Peppe era eccessivo e dozzinale, ma se si trattava di entrare in sintonia con il popolo, quell'uomo era un maestro. Egli disprezzava le mode correnti e amava lo stile di vita e i piatti di una volta. Il suo menù a prezzo fisso era un tuffo nel passato. Si cominciava con una frittata di maccheroni, un tutt'uno compatto di pasta, uova, parmigiano, caciocavallo, salame e prosciutto cotto. A seguire, una classica impepata di cozze, cotte in pentola e condite con olio d'oliva, aglio, prezzemolo e pepe nero. Dulcis in fundo, la prelibatezza che Ferdinando II di Borbone, famoso per la sua ghiottoneria, non si faceva mai mancare: la pastiera napoletana, una tortina di pasta frolla ripiena di ricotta, acqua di fiori d'arancio, grano bollito, scorze d'arancia e spezie. Il tutto accompagnato dai vini vulcanici della zona Flegrea. 
Varcare la porta del Bongiorno ammore era come essere trasportati da un punto all'altro del tempo. E questo era quello che il sindaco Esposito si era ripromesso di regalare ai suoi concittadini: un viaggio nel 1987, anno del primo scudetto del Napoli di Maradona, per fare dimenticare il rossore e l'orridezza del sangue che stava devastando il mondo. 
E così, quando si era trattato di scegliere il cantante – non c'era festa a Santa Maria Visparella senza un cantante neomelodico – aveva ingaggiato un'icona degli anni Ottanta, Gennarino Martinez detto Amando Lì, famosissimo nei quartieri popolari per il brano Songo comm' songo grazie a tte ma soprattutto per la tresca con Nunzia Caiazzo detta Nunziatina Vocca Ranna, vedova del boss Ciro Attricola, detto Ciruzz 'o Carognone.
Giunse il giorno della festa, e il ristorante brulicava di gente allegra. Tutti volevano dimenticare, almeno per una sera, le brutte cose che quei fetenti scassambrella degli alieni erano stati capaci di fare. 
Sulla pista da ballo, le coppie danzavano, spensierate, al ritmo dell'orchestra. Gli uomini si inchinavano davanti alle donne che, rosse in volto, accettavano di ballare. Le signore anziane facevano a gara per invitare i giovani, mentre eleganti camerieri in livrea portavano vassoi carichi di cibi e liquori. 
Poi, all'improvviso, l'orchestra smise di suonare. La danza fu sospesa e Peppino Proietti diede un annuncio che fece scoppiare una applauso: allo scoccare della mezzanotte, il mitico portiere dello scudetto, Claudio Garella, sarebbe intervenuto a rievocare sensazioni e ricordi di quell'epica stagione.
Garella non era un portiere come gli altri. Era il simbolo dell'uomo piegato che rinasce. Quando debuttò in serie A con la Lazio, forse troppo giovane e inesperto per un grande palcoscenico, inanellò una serie di errori che gli fecero meritare il soprannome di "Paperella". Ma a Verona e Napoli seppe rilanciarsi, vincendo due scudetti e diventando uno dei migliori portieri del campionato, tanto che i suoi estimatori, non pochi, lo chiamavano "Garellik", per sottolinearne il destino parallelo a quello del papero sfortunato che si trasforma in un supereroe.
Tra la prima e la seconda portata, Amando Lì fece il suo ingresso in sella a un asino malconcio e zoppicante. Era magro da spaventare, con i capelli gelatinati e il naso a uncino che lo faceva assomigliare a un avvoltoio, ma iniziando con un suo cavallo di battaglia, 'O core mio squacquarea pe' te, scatenò l'entusiasmo di un gruppo di tardone ingioiellate che squacqueravano per lui.   
Di tanto in tanto, le note si mischiavano al suono delle ambulanze che sfrecciavano lungo le strade scarsamente illuminate. Ma ogni volta che un pensiero triste prendeva forma sul viso dei presenti, Amando Lì faceva un cenno all'orchestra che subito attaccava O surdato 'nnammurato, l'inno ufficiale del Napoli Calcio. La cantò tre volte, e ogni volta la paura degli alieni sadici e violenti si trasformò in coraggio grazie al coro "Oje vita, oje vita mia", così potente che sembrava di vedere i calciatori in campo, con Maradona pronto a farsi beffe di qualche difensore con le orecchie a punta. 
La festa continuò giocosamente tra fiumi di vino, danze e pantagrueliche mangiate, protratte sino a quando l'orologio diede il suono della mezzanotte. Allora il sindaco afferrò un microfono e urlò con quanta voce aveva in gola: "Amici, è arrivato il momento che aspettavate! Claudio Garella è qui!"
Gli occhi di tutti si rivolsero verso una porticina pitturata di fresco con l'immagine del grande portiere. Tutti lì ad aspettare che uscisse, e qualcuno ipotizzò che potesse arrivare dall'alto, planando come Spiderman, o a bordo della 313 volante di Paperinik, tra spruzzi d'olio, scie di fumo e gas. 
Il tempo si fermò. Un'immobilità snervante che insinuò in ciascuno l'angoscia di chi teme di essere stato nutrito di fallite speranze, di illusione e delirio. 
Per questo forse avvenne che molti non si accorsero subito dell'ombra che si avvicinava con un passo felino che non poteva essere quello di un calciatore ormai vecchio e ingrassato. 
Impossibile pensare che Garellik avesse voluto prendersi gioco degli ospiti con un abile travestimento. La figura apparsa, un cyborg con le tette di Vampirella e il viso di una mummia scarnificata, aveva uno sguardo famelico ed era avvolta dalla testa ai piedi in una bandiera della Juve chiazzata di un terribile color scarlatto. 
Allora fu riconosciuta la presenza della Morte rossa.
"Che ne hai fatto di Garella?" domandò Peppe Proietti, con la voce strozzata dall'emozione. "Lo hai ucciso? E ora ci insulti con un travestimento che pare una bestemmia?"
La Morte non rispose e continuò ad avanzare. 
"Chiamate la polizia!" urlò il sindaco. "Fate arrestare questo assassino! Anzi, no: trovatemi una pistola! Il suo testone è un bersaglio facile anche per me che ho sparato solo nei luna-park ". 
Appena pronunciò queste parole, ci fu tra le persone qualche temerario che minacciò la Morte, ma il terrore di essere contagiati fece sì che nessuno osò mettergli le mani addosso, cosicché quella, non trovando ostacolo, arrivò di fronte al sindaco e stava per aggredirlo, quando vide Amando Lì che brandiva un cornetto rosso. 
"Sciò sciò, diavulilla! Jatevenne, sciò sciò!" 
Alla vista del cornetto, la Morte rossa andò in crash e diventò blu come Windows quando è vittima di un errore di sistema. Sparò parole a raffica, cambiò accenti, intonazioni. Disse: "E che cazzo, tu ce l'hai con me? Omm ‘e merd, comm t permiett? Mò è er tempo der giudizio! Ti spiezzo!" 
I due corpi s'avvinghiarono, mordendosi, pestandosi con foga, con ferocia. 
Si udirono lamenti e poi un grido, un grido terribile che non aveva nulla di umano. 
La Morte cadde con il cornetto conficcato al cuore.
Amando Lì esultò a braccia alzate, come un calciatore, ma qualche ora dopo, mentre ancora si godeva i complimenti degli amici, un dolore appuntito alla nuca gli fece capire che il contatto con la rossa mietitrice venuta dallo spazio lo aveva contagiato. 
La testa cominciò a girargli vertiginosamente e gli scoppiò, inondando di sangue il pavimento, il tetto e il cappotto di astrakan di Claudio Garella, che proprio in quell'istante era arrivato ansimante e scuro in volto, urlando offese contro i tassisti in sciopero.
Nei giorni che seguirono, le tenebre, la rovina e il virus mortale continuarono a distendere il loro dominio sconfinato dappertutto nel mondo, tranne che sul piccolo e tranquillo paese di Santa Maria Visparella. 

 

Il racconto ispiratore è "La maschera della morte rossa".