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FRANCESCO CONSIGLIO

riscritture

MI CHIAMO FRANZ, HO DODICI ANNI
Consiglio riscrive Kafka

Mi chiamo Franz, ho dodici anni, e sognare è il mio talento.
Nulla di più facile, direte voi: uno si addormenta e sogna di trasformarsi in un enorme insetto. 
Sono bravi tutti.
Ma per diventare un vero insetto, scendere dal letto e ritrovarsi sottosopra, con le zampette che fluttuano nell'aria, ci vuole un talento particolare, uno spirito puro. 
Ci vogliono occhi speciali.

 

Mi chiamo Franz, vivo a Milano, e nel parco sotto casa c'è un'altalena che dondola nel vento. 
"Li vedi?" chiedo a mamma.
"Chi?"
"I ragazzi sull'altalena".
"Ancora con questa storia? Mi fai paura. Non c'è nessun ragazzo".
"E invece sì".
"Oh, smettila. Io non li vedo e dunque non ci sono".
"Ma guarda meglio! Le loro gambe sono gracili, sottili, eppure spingono forte e non hanno paura di cadere". 
"Vieni via dalla finestra, è ora di pranzo".
"Come vanno in alto! Quasi in cielo!" 
"Basta, Franz! Sei il primo della classe, uno dei migliori allievi della scuola di pianoforte, e dici di vedere i fantasmi? Dovresti smetterla di sprecare le giornate guardando fuori!"
"Uffa, mamma. Sono due mesi che siamo costretti a rimanere in casa. Io mi annoio".
"Non è un buon motivo per perdersi dietro a una stupida fantasia. Ti coprirai di ridicolo. Ne hai parlato con qualcuno?" 
"Papà mi ha chiesto perché sto sempre alla finestra e io gli ho risposto che ho nostalgia del parco".
"Se l'è bevuta?" 
"Forse. Ha detto che questa brutta malattia che circola nell'aria finirà presto, e allora torneremo a uscire. Ma lo diceva anche il mese scorso".
"Se si è sbagliato una volta, non è detto che si debba sbagliare sempre! Ho letto sul web che i casi di contagio stanno diminuendo e la gente guarisce più in fretta".
"Speriamo sia davvero così. Adesso però ti spiego perché quei ragazzi giocano all'aperto e non si ammalano".
"Franz, ti ho detto di smetterla. Vuoi uno schiaffo?"
Ecco, con mamma finisce sempre così. Lei furibonda, io che mi sforzo di non risponderle a tono e mi metto a piangere. Anche se vorrei ficcarle due dita negli occhi.
Il momento in cui raggiunge il massimo dell'antipatia è quando pranziamo.
"Ma che ti prende, Franz? Fissi il piatto come uno scemo. Perché non mangi?"
"Non mi va".
"Co-o-o-o-o-o-o-sa?"
"Hai fatto gli spaghetti al pomodoro. Anche oggi…" 
"E allora? Qua non siamo al ristorante! Se quello che cucino non ti piace, fattelo piacere". 
Che palle! Sono due anni che prepara gli spaghetti al pomodoro oppure ci scioglie dentro un pezzetto di burro. A me la pasta in bianco non piace e la salsa mi ha stufato. 
"Domani cucino io qualcosa", dice papà.
Mamma si passa una mano tra i capelli e sembra che abbia toccato un ferro arroventato. Per forza, ha il cervellino fritto. Fuma di rabbia. Dice: "Ora vi coalizzate contro di me? Ma bravi! Con tutto quello che faccio per voi, questo è il ringraziamento!" 
"Ma no, cara. È solo per cambiare…"
"Voglio proprio vedere cosa t'inventi! Forse potrai preparare un piatto di spaghetti al pomodoro, oppure una salsa di pomodoro con gli spaghetti. In casa non abbiamo altro".
I miei sono impiegati, una famiglia normale, senza difficoltà economiche, ma il cibo è stato razionato per tutti e nei supermercati si trovano solo alimenti di prima necessità. Due anni fa un virus aerobico ha contagiato milioni di persone in tutto il mondo, facendo un massacro. Per evitare il diffondersi del contagio, il governo italiano ha chiuso molte fabbriche e limitato gli spostamenti di merci e persone. Tutto quello che avevamo – per farla breve: anche il frigorifero pieno di gelati – oggi non l'abbiamo più. Ero convinto che niente avrebbe potuto farmi soffrire più di un frigo senza gelati, invece ora so che non sono così importanti.
Il parco invece continua a essere importante, e la gente è infelice di non poterci andare. 
Per i grandi, quell'ampia distesa verde era un'oasi di silenzio dove isolarsi con i propri pensieri prima di tornare a lavorare in qualche squallido ufficio. Nei suoi ampi viali, tra gli olmi e le betulle, sfilava gente di ogni età. Di giorno era frequentato da giovani mamme con i bimbi nei passeggini, pensionati che parlavano con i loro cani, coppie di innamorati che si davano appuntamento sulle panchine per condividere speranze, sogni e baci appassionati. La notte era pieno di ragazzi e ragazze dei quartieri popolari che potevano fumare e bere a volontà senza che nessuno li sgridasse. 
Io me ne stavo interi pomeriggi seduto sull'altalena, scrivendo il mio diario e respirando quell'aria profumata di mille aromi, e guardavo gli uccelli volare di ramo in ramo. Ce n'erano molti nel parco, e ogni tanto qualcuno veniva a bussare sul vetro della mia finestra. 
Il mio amico pettirosso, perché non è venuto più a trovarmi? Forse ha paura degli esseri umani, teme di beccarsi il nostro virus. Una volta, in un libro, ho letto che gli uccelli intercettano i segnali della natura molto prima degli uomini. Tipo i piccioni, che sanno riconoscere le persone che hanno il cancro. 
Certi animali sono più intelligenti degli uomini. Per esempio, se i miei genitori avessero capito cosa stava accadendo, oggi non saremmo prigionieri dentro casa. Potevamo partire per qualche isola sperduta nel Pacifico e stare in mare tutto il giorno, al sole.  
E invece eccomi qui: mi sveglio e so già che sarò stanco di annoiarmi, stanco di tutto: casa, televisione, internet, le lezioni online… non ne posso più. 
Per fortuna arriva la notte e mi porta la felicità.
Siete curiosi? Tutto è cominciato più o meno un anno fa. Svegliandomi da un sogno agitato, ebbi la sensazione di vedere un'ombra sul davanzale. 
Uno scherzo dell'immaginazione? 
Qualche minuto dopo, l'ombra si trasformò in una figura distinta, uno strano ragazzo con il corpo trasparente, come un cristallo. 
Pensai subito: è un fantasma.
Senza dire una parola – le parole me le mise nella testa, non so come fece – mi disse di chiamarsi Piero, e poi aggiunse: "Alzati dal letto, seguimi". 
"Dove andiamo?" chiesi, un poco spaventato.
"Giù, nel parco. Mettiti qualcosa addosso, andiamo a fare una passeggiata". 
"Fuori? Se viene a scoprirlo mia madre, mi uccide".
"E tu non farti sentire".
Indossai velocemente un pantaloncino e una canottiera. Le scarpe da ginnastica le portai in mano, per non fare rumore. In un baleno fui di sotto. 
Lui mi fece cenno di dirigerci verso il parco. 
Che meraviglia! Camminavamo fianco a fianco ed era come se ci tenessimo per mano. Non so spiegarlo ma… sentivo il contatto, le sue dita intrecciate alle mie. Sono sicuro che se avessi voluto abbracciarlo, mi sarei ritrovato a stringere l'aria. Ma la sensazione dell'abbraccio ci sarebbe stata ugualmente. Fortissima e dolce.
Raggiungemmo un gruppo di ragazzi attorno all'altalena. 
"Perché siete arrivati così tardi?" domandò una biondina con gli occhiali da miope e una maglietta dei Simpson.
Non fui sicuro di udire la sua voce, ma una cosa la imparai velocemente: i fantasmi parlano senza parlare. E ci vuole un'abilità particolare per capire cosa dicono. Bisogna essere come quei cani che sentono gli ultrasuoni dei fischietti. 
Piero indicò me con un cenno del capo, come per dire: "Il ritardo è colpa sua".
"Eh già", risposi. "Svegliarmi nel cuore della notte e schizzare giù dal letto alla velocità di un fulmine non è il mio sport preferito. E poi, nel caso l'avessi dimenticato, noi vivi a quest'ora dormiamo".
"Se non ti va di giocare con noi, torna a letto", squittì un moccioso con i capelli ritti in testa e la faccia da topo.
Ma fu subito zittito dagli altri: "Calma, Pif. Non si tratta così un nuovo amico!" – "Quando imparerai le buone maniere?" – "Basta che apri bocca e ci rovini tutto!"
Un ragazzo che mi sembrava di avere già visto, anche se non ricordavo dove, mi disse: "Prova a scusarlo. Pif è sempre stato un impulsivo, specie con la lingua".
"Io non sono un impulsivo e tu sei una testa di rapa!" squittì ancora il topetto.
A questo punto, il coro dei ragazzi – saranno stati una decina – cominciò a canzonarlo: "Nessuna pietà per Pif lingua di banana! Nessuna pietà!" 
Ed io: "Prima che vi mettiate a litigare… c'è una cosa che vorrei sapere…"
"Puoi chiedere", disse la bionda.
"Questa è la storia di un ragazzo che fa amicizia con dei fantasmi, gioca, si diverte insieme a loro, ma poi… scopre di essere anche lui morto?"
"No, tranquillo".
"Allora qual è il senso?"
"Volevamo regalarti qualche ora di spensieratezza. Da giorni ci siamo accorti che passi un sacco di tempo alla finestra a guardare di sotto. Il tuo più grande desiderio era tornare a giocare nel parco, ed eccoti accontentato!"
Oh, questo è bello, pensai, così bello, ma… 
"È vietato! Il virus presente nell'aria potrebbe uccidermi!" 
Che cosa mi stava succedendo? Pochi minuti fa ero così contento di uscire, e adesso la paura mi toglieva il fiato. 
"Mio… mio Dio! Siete una banda di fantasmi imbroglioni! Mi avete ipnotizzato per portarmi qui?"
"Non ti agitare, mettiti calmo!"
"E come faccio? Mi manca l'aria, riportatemi a casa!"
Piero mi appoggiò una mano sulla spalla. Disse: "Ehi, ti credevamo un ragazzino coraggioso. Non ti succederà nulla, non è proprio possibile".
"E perché?"
"Perché questo è un sogno nel tuo sogno".
"Sto ancora dormendo?"
"Sì. E ti dirò un'altra cosa: nessuno di noi è morto. Non siamo fantasmi, pratichiamo il sogno lucido".
"Non capisco".
"Ma è semplice! In questo momento, ognuno di noi è nella propria casa. Se ci vedi qui, è perché stiamo tutti sognando lo stesso sogno".
Sbuffai: "Se non capivo prima, ora ancora meno". 
"Ti spiego io", disse la bionda. "In fondo, se ci pensi bene, viviamo due vite: in una siamo svegli e nell'altra sogniamo. Ora per esempio ci troviamo nel mondo dei sogni, dove fabbriche e negozi sono aperti, si può andare al cinema e a teatro, e tutti possono giocare liberi senza paura". 
"Da oggi in poi", aggiunse Piero, "ogni volta che qualcuno di noi sognerà di stare qui, il sogno sarà condiviso, anche da chi è sveglio. Ti affaccerai alla finestra e mi vedrai di sotto, e allora saprai che sto sognando. Questo però è un segreto. Se lo dirai ai tuoi genitori ti crederanno pazzo".
"Puoi scommetterci".
Il volto di Piero si illuminò di un radioso sorriso. Disse: "Ora che sai tutto, dimmi: non è meraviglioso?"
Sì, lo era. Quella notte mordemmo la vita come un frutto succoso. A volte ci rincorrevamo fino a non poterne più, e poi, tra le risate, partivamo all'assalto di alberi che immaginavamo fossero giganti cattivi, oppure conquistavamo fortezze, scalavamo montagne, e alla fine ci adagiavamo sull'erba lasciandoci cadere volontariamente, spossati. Avevamo il fuoco dentro, come certi cani che sono stati alla catena per troppo tempo e, se ritrovano la libertà, corrono indiavolati da una parte all'altra, senza meta, folli e felici. 
"E chi si stanca!" – "Potrei continuare fino a domattina!" – "Prova a prendermi, se ci riesci!" – "Tornare a casa non mi passa proprio per la testa!" – "Fratelli, vi adoro!" – "Venite qui, tutti insieme!" – "È valsa la pena conoscersi, essere amici!"  

Tutti presi dal fuoco della fanciullezza non sentivamo né caldo, né freddo, né le ore passare.
Dietro l'alto muro che circondava il parco, in lontananza, si sentivano sfumati i primi rumori della città: i camion della nettezza urbana, il volo degli uccelli – che bello, erano tornati! –, poche auto, qualche fischio di operai in bicicletta.  
Era ormai l'alba. Baciai quello che mi stava vicino, abbracciai gli altri e mi avviai correndo lungo il cammino già percorso, fino a casa. 
Il giorno dopo, appena sveglio, dissi a mamma se aveva mai visitato quel mondo meraviglioso dove i ragazzi giocano e non si stancano mai.
"Che sciocchezza! E come fanno a non stancarsi?"
"Perché sanno sognare".
"E i sognatori non si stancano mai?"
"Come potrebbero stancarsi, se i loro corpi e le loro anime sono una cosa sola?"

*Il racconto ispiratore è "Fanciulli sulla via maestra".