A Scesa di Trinacria l'unico uomo coraggioso era don Gigi Bernasconi, un sacerdote milanese che si batteva perché il paese avesse i servizi che mancavano: l'acqua corrente tutti i giorni, una biblioteca comunale, un ambulatorio di guardia medica, un asilo. Durante una messa di Natale, ormai stanco di lottare contro l'indifferenza dei politici, chiese ai fedeli: «Se la mafia ha davvero a cuore le sorti della Sicilia, perché non si compra il Palermo Calcio e gli fa vincere lo scudetto?»
Per i boss è un affronto intollerabile. 
La domenica successiva, don Gigi fu trovato morto sull'altare, con la faccia sfigurata da un colpo di fucile.
Mio padre escluse subito l'ipotesi di un delitto di mafia, preferendo dare credito a certe voci messe in giro per rovinare la reputazione dell'ucciso: amanti, figli segreti, una minchia esageratamente grossa  finita nel mirino di qualche cornuto. 
Il primo giorno di scuola media, dopo essermi trasferito in Abruzzo, mi aspettavo di trovare un prete altrettanto bravo, anche se i problemi erano diversi, e invece vidi un omaccione calvo con la tonaca sporca di gesso colorato entrare in aula e invitarci a cantare una canzone che diceva: «Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba. Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion!»
E poi: «Garabalda fa farata, fa farata ad ana gamba. Garabalda ca camanda, ca camanda al battaglaan!»
E poi: «Gherebelde fe ferete, fe ferete ed ene ghembe. Gherebelde che chemende, che chemende el bettegleen!»
E poi: «Giribildi fi firiti, fi firiti id ini ghimbi. Ghiribildi chi chimindi, chi chimindi il bittigliin!»
E poi: «Goroboldo fo foroto, fo foroto od ono gombo. Goroboldo co comondo, co comondo ol bottogloon!»
E poi: «Gurubuldu fu furutu, fu furutu ud unu gumbu. Gurubuldu cu cumundu, cu cumundu ul buttugluun!»
A ogni strofa questo prete rideva, battendo il tempo con le mani e con i piedi, e progressivamente rideva sempre di più. Io non capivo perché quella stupida canzone lo facesse ridere così tanto. Guardavo i miei compagni e anche loro ridevano. 
Ci disse di chiamarsi don Giuseppe Ottalevi e raccontò una storia. Quando aveva la nostra età, il suo più grande desiderio era cantare ma poi, rimasto orfano a dieci anni, aveva trascorso l'adolescenza in un istituto religioso diretto da una madre superiora che considerava vergognoso alzare la voce e gli vietava di cantare persino le lodi a Dio. 
«Ora che sono prete, voglio cantare al Signore finché ho fiato. Cantare e suonare finché esisto».

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