Il giorno della prima comunione, don Giuseppe mi aveva regalato un crocifisso e io l'avevo appeso a una parete della mia cameretta. Ma era dura convincersi di poter ricevere aiuto da un uomo agonizzante con le mani trafitte dai chiodi e il costato squarciato. Per dargli forza, avevo ritagliato un pezzetto di stoffa rossa da un maglione, per vestirlo come Superman, e gli avevo scritto in petto una sigla, GC33.
Dicevo: «Gesù, ma lo sai che maledico il giorno della mia nascita? Non trovo riposo, né tranquillità, né pace. La paura che Tonino mi metta il sale in culo è continua. Perché tu e tuo padre mi avete fatto lasciare Scesa di Trinacria per poi gettarmi in pasto all'unico ragazzo mafioso di tutto l'Abruzzo?»
GC33 non rispondeva.
«Mi dici come faccio a trovare una ragazza? Chi vorrà mai fidanzarsi con uno che si fa mettere il sale in culo e non è capace di reagire?»
GC33 aveva lo sguardo di uno che sta alla finestra e osserva la gente, senza impicciarsi.
«Se non mi ascolti, andrò da Maometto».
Il nome del profeta concorrente lo faceva incazzare molto più che la vista di un mercante nel tempio. GC33 tendeva i muscoli di resina e gridava: «Se lo nomini un'altra volta, ti farò seccare la lingua e finirai i tuoi giorni muto, cieco, storpio, con la testa piena di pidocchi e con la scabbia!»
«E va bene» dicevo io, con il tono di chi dice: va bene una minchia. «Però ascolta: se entro domani una ragazza non mi bacia, sai da chi andrò».

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