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FRANCESCO CONSIGLIO

riscritture

L'IMPIEGATO CHE SFIORÒ LA MORTE
Consiglio riscrive Cechov

Una mattina, un impiegato del catasto di Pian del Sole, Ivano Demetrio Cervicone, sempre elegante nel suo vestito di lino bianco con borsalino in tinta, se ne stava in fila fuori da un centro commerciale e guardava i suoi concittadini allineati come pezzi di un domino, ognuno con i guanti di lattice alle mani e la mascherina chirurgica utile a proteggersi da tosse o starnuti.
L'epidemia di Derma-13, un virus che si trasmetteva con il contatto umano e staccava la pelle dal corpo dei malati, aveva trasformato un paese di allevatori di bestiame in professori di virologia ed esperti di prevenzione igienica. Tutti insegnavano a tutti la pericolosità di una stretta di mano o di un colpo di tosse. I più grandi insegnavano ai più piccoli che le migliaia di goccioline di saliva che uscivano dalla bocca degli infetti alla velocità di 150 chilometri orari potevano finire negli occhi, nel naso o nella bocca delle persone sane. L'emergenza durava da cinque anni e c'era già una generazione di bambini che chiedevano ai genitori il significato di gesti e parole sconosciute. Cos'era un bacio? Cosa si provava a ricevere una carezza? Perché la gente ricordava con nostalgia il tempo in cui gli abbracci non erano vietati? 
Ivano Demetrio Cervicone aveva cinquantotto anni ed era conosciuto da tutti come un uomo di condotta esemplare e un impiegato modello, perciò sentiva il dovere di dare il buon esempio. Se gli scappava un colpo di tosse, si copriva sempre la bocca, anche se portava la mascherina. E durante le lunghe file non parlava coi vicini, limitandosi a un cenno di saluto con la mano. 
Ma quel giorno, all'improvviso, il suo naso si arricciò, le guance si gonfiarono, il respiro si fermò e… etciù! 
Proruppe in uno starnuto così forte da fargli volare via il cappello che finì per sfiorare la gamba di un'anziana signora. Costei, credendo di essere stata toccata, si spaventò e, fuggendo istintivamente in avanti, rovinò addosso all'uomo che la precedeva, e quello sull'altro ancora. 
L'ho già detto: quei clienti in coda erano disposti come pezzi di un domino, e complice il terrore, urtandosi caddero tutti.
Cervicone divenne rosso di vergogna. Avrebbe voluto prendersi a schiaffi. "Scusate tanto", disse ad alta voce. "Non era mia intenzione provocare una reazione tanto pericolosa".
La guardia che disciplinava la fila, un omone nigeriano vestito di scuro come un personaggio di Men in Black, provò a calmarlo: "Non deve preoccuparsi. Siamo tutti nervosi, è naturale. In altri tempi, una caduta di gruppo avrebbe provocato una risata". 
Anche la vecchina che, sfiorata dal suo cappello, aveva causato il capitombolo lo rincuorò: "Lasci stare, signor Cervicone. Non è successo nulla!"
Lui non si dava pace: "Ho starnutito. Bisogna stare attenti quando si è in mezzo alla gente, e io l'ho fatta grossa. Dare l'impressione di toccare o spintonare qualcuno, con i tempi che viviamo, è imperdonabile".
"Me ne sono già dimenticata. E poi, a pensarci bene, la colpa non è sua ma del cappello. Ora vada, tocca a lei entrare. Buona spesa e non ci pensi più".
"Mi scusi ancora, signora. Mi scusi. Mi perdoni. Scusatemi tutti!"
Attraversando velocemente i corridoi del centro commerciale, sotto una luce bianca vagamente ospedaliera, Cervicone riempì meccanicamente il carrello, senza accorgersi che i prezzi dei prodotti alimentari erano un latrocinio. 
Tornato a casa, raccontò alla moglie il suo atto sconsiderato. 
"Una figura da idiota davanti a tutta quella gente. Ma ho sbagliato due volte. Dovevo fermarmi e convincerli che proprio non volevo, che lo starnuto mi ha sorpreso". 
"Ma è normale che sia andata così".
"Lo pensi tu. I nostri concittadini si saranno certamente convinti che io sono un pericolo per la comunità".
"Esagerato".
"Voglio andare dai carabinieri e autodenunciarmi. È così che si comporta un uomo di stampo antico. E forse, da reo confesso, riuscirò a cavarmela con pochi anni di prigione".
"La prigione, addirittura! Ivano, non hai mica ammazzato nessuno!"
"Già immagino i titoli dei giornali: Impiegato del catasto starnuta in luogo pubblico e rischia di commettere una strage".
Il mattino successivo, dopo una notte insonne passata a rimuginare sull'accaduto, Cervicone si presentò in caserma. 
Entrando nell'ufficio del maresciallo Enzo La Farciola, un uomo pieno di bontà e ben degno della funzione che esercitava, ebbe l'impressione di essere guardato con occhio compassionevole, come si fa con un ragazzino che ha commesso un'innocente marachella.
Dopo avere chiesto un bicchiere d'acqua per allentare la tensione, disse balbettando: "Ieri… al centro commerciale… forse vi è arrivata voce, signor maresciallo… senza volerlo ho starnutito, il cappello mi è volato dalla testa e… la gente è caduta. Alcuni corpi si sono sfiorati… c'è stato di sicuro qualche contagio, per colpa mia…"
"So tutto. Che cosa siete venuto a fare?" 
"Voglio essere arrestato e pagare il mio conto con la giustizia. So che lei è molto arrabbiato con me". 
"Non lo sono affatto", disse il maresciallo, scandendo le sillabe come si fa con chi non vuol capire.
"Ma il fatto è grave!"
La Farciola aggrottò le sopracciglia e assunse un'espressione di sconforto. Sospirò: "Ivano Demetrio Cervicone, lei si considera una brava persona, no? Almeno fino a ieri era questo che pensava di sé…"
"È cambiato tutto". 
"Io dico invece che è tutto come prima. I suoi concittadini la stimano. Sua moglie la considera un bravo marito". 
"Ma voi scherzate, dopo quello che ho fatto! Un'azione che nemmeno un terrorista avrebbe potuto architettare così bene". 
"Ma che terrorista e terrorista!" esclamò il maresciallo. "Stringiamoci la mano e non parliamone più".
"La mano? Io non posso! Commetterei un reato!"
"Lo vede? Ho provato a metterlo alla prova ma non c'è cascato, e sa perché? Lei è veramente una brava persona. Perciò non ho motivo di accogliere la sua denuncia. Vada a casa, Cervicone. E si rilassi con una bella tazza di caffè".
Così fece. Ma quelle accomodanti parole non riuscirono a calmarlo. Si sentiva un criminale. Peggio: un criminale per eccesso di imbecillità. Ci sono uomini che non sopportano di vivere con un senso di colpa e si rivolgono alla giustizia per evitare di impazzire. Lui era uno di quelli. 
Nel pomeriggio decise di tornare dal maresciallo.
"Sono ancora qui a disturbarvi" esclamò entrando, "ma non posso permettere che il mio nome venga macchiato dal sospetto di essermi sottratto alle mie responsabilità. Vi prego di mettere per iscritto che io, Ivano Demetrio Cervicone, di professione impiegato, mai un giorno di malattia in trentasei anni di onorata professione, a causa di uno starnuto sono responsabile di tentata strage".
"Se ne vada!" 
"Non mi arrestate?" chiese Cervicone, impallidendo.
"Non voglio più vederla finché campo!" urlò il maresciallo, battendo i pugni sulla scrivania.
Spaventato da tanta furia, Cervicone indietreggiò verso la porta, ma sentì che le gambe non gli rispondevano. A fatica si trovò in strada e, non vedendo quasi nulla, non sentendo quasi nulla, rischiò di essere investito da un'auto di grossa cilindrata. Il conducente riuscì a schivarlo ma l'auto sbandò, piroettando su sé stessa. Un camion che trasportava bombole di gas la centrò in pieno e prese fuoco. Le fiamme attirarono alcuni addetti alla manutenzione della strada che stavano lavorando lì vicino. 
Ci fu un boato, un'esplosione. Fumo, polvere, pezzi di carrozzeria che volavano.
Una strage. 
Ivano Demetrio Cervicone, consapevole di essersi salvato per miracolo, si sentì percorrere da un brivido di freddo per tutta la spina dorsale, dai testicoli alla nuca. 
Non era sicuro di quanti morti avesse causato. Ma sicuro che stavolta era stata colpa sua.
Rientrò in caserma a testa bassa.
Appena lo vide, il maresciallo si portò le mani al volto.
Rimasero a lungo senza parlare. 
Si udiva solo il suono delle ambulanze.

*Il racconto ispiratore è "La morte di un impiegato".