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FRANCESCO CONSIGLIO

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NON DATE OSSIGENO AI VECCHI
Consiglio riscrive Buzzati

Gli agenti di Polizia erano schierati all'ingresso dell'ospedale, dietro le automobili e attorno all'edificio grigio dove si trovava l'unità di terapia intensiva. Una ventina di uomini in tenuta da combattimento aspettavano un mio segnale per fare irruzione.

A sentire i telegiornali, chi mi stava rovinando il week end – una due giorni di sesso, birra e sganassoni con la mia nuova amante, Ludmilla Dominatrix – erano sei vecchi che avevano preso in ostaggio un intero reparto di medici, infermieri e pazienti. Sei sequestratori di cui conoscevamo nomi, cognomi, professioni, età.

Agrifoglio Ferraresi, 83 anni, ex maestro elementare. Odorino Pirlo, 92 anni, ex contrabbassista. Valerio Paganelli, 85 anni, ex muratore. Palmiro Zanghirati, 85 anni, ex geometra comunale. Valeriano Bulgarelli, 98 anni, ex macellaio. Rosalinda Alberghini, 87 anni, ex impiegata delle Poste.

Tutti accomunati dalla positività al Covid-19 e dalla paura di non essere curati.

"È questo che li ha fatti arrabbiare", dissi al dottor Lionello Coen, che aveva scelto il momento giusto per fare uno spuntino con un cornetto al miele e si era ritrovato fuori dal suo reparto. "Sostengono che fino a quando il virus faceva crepare solo i matusalemme, voi medici lo trattavate come un forte raffreddore. Ma quando ha cominciato a colpire i giovani e ci si è accorti che i posti in terapia intensiva non erano sufficienti a curare tutti, i vecchi sono diventati spazzatura da smaltire in fretta".

"Oh Dio, che devo fare? Se ho un solo respiratore e due ammalati, un vecchio e un giovane, preferisco salvare chi ha tutta la vita di fronte a sé".

Ecco il tipico medico, tutto logica e buon senso, sempre pronto a riparare nelle trincee della ragione.

"Il suo ragionamento sta in piedi, ma vede che è successo? Quei disperati sono lì dentro da ore, armati di pistole che non mi spiego come hanno fatto a procurarsi, e pretendono che il governo obblighi gli ospedali a riservare agli anziani una quota dei posti di terapia intensiva. Se la loro richiesta non sarà accolta minacciano di uccidere gli ostaggi".

Il dottore indossava una mascherina chirurgica, ma sentivo lo stesso un disgustoso odore di sigaretta.

"Commissario" mormorò con l'aria di chi vuole illuminare il prossimo con la sua sapienza, "non sarò certo io a insegnarle il mestiere, ma in fondo è semplice. Prima dite di sì e poi vi rimangiate la parola".

Corna di centomila diavoli, pensai, questo è un genio! Cosa mi trattiene dal fare una polpetta col suo naso?

Nelle strade desolate di Milano, da qualche mese succedevano fatti poco piacevoli. Una fake news che accusava gli over 60 di essere i responsabili della propagazione del virus era stata imprudentemente rilanciata da qualche influencer cerebroscemo. E per i vecchi le generazioni nuove avevano maturato un totale disprezzo. Si erano formate delle bande di ragazzi armati di bastoni che appena vedevano un anziano lo circondavano e giù botte, fino a rompergli le ossa.

Mario Paolo Di Cicco, direttore generale dell'Istituto Superiore di Sanità, era andato in tv a dichiarare che non c'era nessuna evidenza scientifica a sostegno di questa tesi, ma si sa che, in quel mondo simulato che è la rete digitale, un mondo intossicato da complottismi e fondamentalismi d'ogni specie, l'opinione di uno scienziato vale quanto quella di un anonimo sparapalle che scrive sui social.

Le aggressioni accadevano soprattutto i primi giorni del mese, quando i vecchi facevano la fila alle Poste per ritirare la pensione. Venivano spinti e buttati per terra come birilli. Poi i ragazzi infierivano con calci in faccia e alle costole, insulti e sputi. Non li derubavano, e questo rendeva ancora più inaccettabili le violenze. Era odio puro, un odio generazionale intenso e insaziabile.

I vecchi erano odiati perché avevano vissuto un'epoca di floridezza economica che non sarebbe più tornata. Gli adulti che assistevano a quelle barbare aggressioni non intervenivano, per paura o perché erano convinti che i ragazzi avessero ragione.

"Quei vecchi rottami sopravvivono troppo ai loro acciacchi e affondano la sanità!" – "Non bisognerebbe farli votare. È assurdo che decidano su questioni che non li vedranno protagonisti" – "I bacucchi stati egoisti e crudeli. Si erano accorti da tempo che l'economia moriva ma hanno voluto succhiare fino all'ultima goccia di sangue!" – Sono troppo conservatori. Frenano lo sviluppo della società".

Non li sfiorava neppure il pensiero che tra pochi anni sarebbero diventati le nuove prede. 

Sui muri della città erano comparse numerose scritte che inneggiavano alla vendetta dei ragazzi. Un movimento politico chiamato "Sessantenni giù dal ponte", nato quasi per scherzo in Emilia per protestare contro gli anziani che guardano i cantieri, era riuscito a eleggere un deputato che aveva proposto di confiscare loro le pensioni e obbligarli a vivere con un salario minimo e uguale per tutti.

Io non mi occupavo di politica, ma fermare i criminali era il mio mestiere, non potevo lasciar perdere. E poi avevo 55 anni, qualche capello bianco e un poco di paura.

Decisi di mettere degli agenti in borghese davanti agli uffici postali, ma il mio capo annullò il piano perché non c'erano uomini a sufficienza per controllarli tutti.

Un informatore mi rivelò che i ragazzi avevano un leader, Alessio Pestalossi, un sedicenne di famiglia borghese, scappato di casa a undici anni con l'aiuto di una tata pakistana. Di lui si erano perse le tracce fino a quando, durante una messa di Papa Francesco, aveva lanciato verso l'altare una statuetta di san Giuseppe, urlando: "Fuori il nonno dalla sacra famiglia!"

Era stato il suo primo atto vandalico, l'inizio di una lunga escalation di violenze e intimidazioni.

Alessio colpiva e scompariva come un supereroe cattivo in diversi quartieri di Milano, senza che nessuno riuscisse a scoprire dove si nascondeva. Il suo ego smisurato lo aveva spinto a indossare un costume con una grande G bianca stampata sul petto. Sembrava uno sciatore, e fu per questo che i milanesi, spaventati e affascinati, gli affibbiarono il nomignolo di "Super G".

Gli furono proposti contratti editoriali e televisivi. Un produttore lo invitò a partecipare a un'edizione speciale di un reality show, "Il Grande Fratello Minore", assicurandogli la vittoria e 500.000 euro d'ingaggio. Un cantante neomelodico gli dedicò un brano intitolato "Noi, ragazzi col manganello".

Se avesse accettato, si sarebbero aperte per lui le porte dello star system televisivo, ma anche del carcere. Perciò continuò a vivere e agire nell'ombra, restando fedele alla sua folle missione: sterminare tutti i vecchi per fermare il contagio del virus assassino.

Giorno e notte rimuginavo su questa assurda caccia, arenandomi su una domanda, sempre la stessa: è possibile sfidare un sentimento popolare, per quanto gretto sia? Se tutte le persone pensassero che picchiare un vecchio non è reato, noi della polizia riusciremmo a opporci?

La situazione si complicò ulteriormente quando i sei vegliardi ammuffiti e mezzi scemi, in teoria solo capaci di portare a spasso i loro cateteri, si improvvisarono sequestratori. 

E io mi ritrovai a maledire giovani e anziani, seduto al volante della mia Lamborghini – al volante della volante, avrebbe detto qualche spiritoso – masticando chewing gum per sbollire la rabbia dopo che i sequestratori avevano respinto il tentativo di iniziare una trattativa.

Intanto, la pazienza degli agenti si stava esaurendo.

"Commissario, cosa aspettiamo a passare all'azione? In tv hanno appena detto che il 75% degli italiani vuole che facciamo irruzione e tiriamo fuori la spazzatura umana da là dentro".

"Agente Cacarella, quanto guadagni al mese?"

"Circa 1.300 euro netti".

"E ti sembrano pochi?"

"Sì, commissario".

"Ed è per questo che invece di stare sveglio e all'erta durante un'operazione di polizia, tu guardi la tv sul cellulare? È una forma di protesta contro lo Stato che ti paga poco?"

"Commissario, mi scusi la domanda. La ritiro".

Non era facile prendere una decisione. I sequestratori, tutti dilettanti e con il cervello arrugginito, erano imprevedibili. Come avrebbero reagito trovandosi faccia a faccia con degli agenti armati? Andando in panico? Mettendosi a sparare? Lanciandomi in testa il sacchettino della pipì?

Quest'ultima eventualità mi raggelò. Mi voltai verso il mio vice, Lando Zocca, un omone con la testa rasata e l'immagine di Gennaro Gattuso tatuata sul collo. Dissi: "Sono sincero, amico mio: preferirei mangiarmi una scarpa, stringhe comprese, piuttosto che mettere piede là dentro con una pistola in mano. Non so che fare".

Nelle serie televisive, tutti i commissari hanno un vice, e di solito quel vice non è molto intelligente e sta lì per fare risaltare l'acume investigativo del suo superiore.

Non è il mio caso.

Eravamo due coglioni con la faccia pensosa. La mia mente andò a bighellonare all'altro capo della città, precisamente sul lettone di casa dove mi aspettava Ludmilla, molto arrabbiata per l'attesa e desiderosa di sculacciarmi.

Che fare, dunque?

Il mio maestro di vita, Tex Willer, mi avrebbe detto: "Ehi, sceriffo, non sarai mica così scemo da tirare la coda a Belzebù in persona? Rischi una carneficina".

Che dire ai miei uomini?

Anche per loro Tex avrebbe avuto la frase giusta: "Mi sembrate seduti su un barile di polvere in procinto di esplodere. State calmi e fidatevi di me".

Che fare con quei vecchi?

Tex: "Arrendetevi o vi svito la testa a calci e ve la metto in mano".

La vita è facile se hai la fortuna di essere Tex.

A un tratto Lando – proprio lui: quello che dovrebbe fare la parte dello scemo – ebbe un'intuizione: "Entriamo. Il tempo sta per scadere. Tra un paio d'ore riprende il campionato di calcio, gioca il Milan. La partita è a porte chiuse ma la danno in tv.  Non voglio perderla".

Quell'uomo è un filosofo. Mi insegnò che per quanta attenzione poniamo nel nascondere le nostre vere passioni dietro una parvenza di professionalità, esse si tolgono sempre il velo.

"E io non voglio perdermi Ludmilla", risposi.

Saltai giù dall'auto – era il segnale dell'attacco – misi i pugni dietro la schiena per darmi autorevolezza e osservai i miei uomini che prendevano posizione.

Alcuni sarebbero entrati dal retro. Ad altri dissi di raggiungere l'ultimo piano e poi calarsi dal balcone. Piazzai anche due tiratori scelti pronti a fare fuoco da un palazzo vicino.

"Ok, andiamo!"

Entrai nell'atrio dell'ospedale affiancato da Lando, che mi fece subito notare alcune ombre che salivano frettolosamente le scale.

Ecco ancora Tex: "Il mio cavallo contro una pipa rotta che indovino chi sono!"

Dieci, dodici, quindici… non si finiva di contarli. C'era anche Alessio, quel bamboccio assassino, l'idiota con la G sul petto. Saliva i gradini due alla volta, e i suoi bravacci dietro!

Si era creato un parapiglia: fotografi, giornalisti, cineoperatori. Tutte le televisioni stavano trasmettendo la scena. Anch'io andavo matto per Police Action Live, ma ora ci stavo dentro e il cuore mi batteva forte. Non potevo fare la figura dello scemo. Quelli correvano, correvano… correvo anch'io, con tutte le mie forze, ma non li avrei mai raggiunti".

Sparargli alla schiena?

Ipotesi a favore: 1) Nel numero 566, Tex spara alla schiena di un criminale; 2) La legge considera legittimo l'uso dell'arma se il poliziotto si trova a dover impedire alcuni reati, tra cui la strage e l'omicidio volontario. Ipotesi contrarie: 1) mi piscio sotto; 2) mi cago sotto.

"Lando, dammi un telefono! Presto!"

Uno dei vecchi rispose dopo quattro interminabili squilli.

"Come vuole che glielo dica? In arabo? Noi non ci arrendiamo".

"State attenti! Arrivano i ragazzi!"

"Ah, bene. Così noi diventiamo i buoni e loro i cattivi".

"Non è il momento di scherzare o finirete all'inferno con la schiena ricamata a punto manganello!"

"Bella questa! Dove l'ha letta, su Tex?"

"Vi uccideranno!"

"Lei crede?"

D'impeto, i picchiatori furono di fronte alla porta a vetri del reparto, e Super G alzò la destra vibrando un manganello.

Fu l'ultima cosa che vidi, prima dello scoppio.

Uno spostamento d'aria mi scagliò all'indietro contro una parete, facendomi arrivare addosso polvere e detriti.

Finì tutto in meno di un secondo.

"Hanno fatto esplodere una bomba!" urlai.

"Più di una. Le bombole di ossigeno!" rispose Lando, con un tremito alla voce.

I ragazzi erano stati smembrati. I vecchi, i ricoverati, il personale del reparto, tutti. Carne umana maciullata. Brandelli di corpi disseminati sul pavimento.

Vecchiaia e giovinezza non esistevano più. Tra le fiamme era svanito per sempre il terribile oltraggio di dividere il genere umano per età.

Non restava più nessuno da odiare.

Non restava più niente.

*Il racconto ispiratore è "Cacciatori di Vecchi".