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FRANCESCO CONSIGLIO

riscritture

L'ECOLOGISTA RADICALE
Consiglio riscrive Brown

Folate di vento, un cielo grigio che incombeva sui palazzi, formicai di persone alienate dalla cultura del profitto: lavorare, lavorare, lavorare, produrre, spendere, consumare. Poi ricominciare. Esistenze che si muovevano come automobiline di una pista per bambini, con la strada segnata: o accetti di seguirla – e pigia, pigia! – o finisci a ruote in aria.

Quest'angolo di terra era la zona più inquinata d'Italia. I concimi chimici usati negli allevamenti intensivi e il gas rilasciato dai motori erano i responsabili della disastrosa condizione dell'aria. Le polveri sottili penetravano nei polmoni e causavano disturbi respiratori.

Ignorare il problema pareva una follia, ma i cittadini continuavano a vivere come se nulla stesse accadendo.

…e pigia, pigia!

Possibile che solo io e uno sparuto gruppo di ecologisti ci rendessimo conto che quel comportamento irresponsabile avrebbe portato a una catastrofe?

Nel resto del mondo era uguale: aria inquinata, terreni pieni di rifiuti tossici, abuso di pesticidi che, contaminando le falde acquifere, avevano trasformato l'agricoltura in uno strumento di morte.

I politici non riuscivano a guardare oltre l'orizzonte temporale delle loro vite, e la storia delle battaglie ecologiste era un lungo e triste elenco di sconfitte e umiliazioni. Quelli che si ritenevano la razza intelligente dell'universo non perdevano occasione per dimostrare la loro stupidità.

La lotta tra gli autolesionisti e i difensori della natura continuava senza esclusione di colpi.

Nel secolo scorso, la mia fazione provò diverse volte a illuminare i capi di Stato e i potenti della terra, tutti i padroni dell'umano consorzio. Il primo contatto avvenne nel 1918. Avevamo dato l'allarme alle autorità degli Stati Uniti, poi ci eravamo spostati in Europa e in ogni angolo di mondo, incluse alcune isole remote dell'Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, ma i governi ci avevano dichiarato guerra, cominciando a combatterci senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.

Nel 1957 ci illudemmo di riuscire a sensibilizzare l'Asia, ma ancora una volta i nostri avvertimenti rimasero inascoltati. I giornali e le televisioni parlavano di noi come del peggiore dei mali possibili. Ci descrivevano come esseri ripugnanti, più pericolosi dell'esercito nazista, e poiché la gente ci disprezzava e non vedeva l'ora che ci togliessimo di torno, per i governi fu facile promulgare leggi autoritarie che miravano a zittirci.

Fuggiti da ciascuno come fossimo appestati, ci convincemmo che non potevamo più sbagliare. Per evitare che quei maledetti continuassero a inquinare, serviva un segnale forte e chiaro.

Stavamo all'erta, come soldati con il fucile pronto. Ma non potevamo usare le armi, non quelle classiche almeno, o saremmo rimasti dalla parte del torto.

Un giorno, vedendo un uomo correre in un parco con la bocca aperta come un cane, mi venne l'idea che il respiro, essendo un fluido nel quale viaggiano molte particelle che emanano dai corpi, si sarebbe comportato come un aereo che trasporta una bomba.

E quella bomba – ecco il colpo di genio – potevo essere io.  

Gli scienziati dicono che noi virus siamo inferiori agli animali perché non abbiamo una struttura cellulare né un metabolismo, ma sbagliano a definirci organismi ai margini della vita. Io sono un essere vivente, un'entità biologica con un corredo genetico e la capacità di riprodurmi, e nonostante un giro vita di 100 millimetri, dopo secoli e secoli di selezione naturale sono in grado di pensare.

Ho sentimenti e idee particolari – già lo so che non apprezzerete – ma non mi sento in colpa se, per fermarvi, ho dovuto uccidere alcune migliaia di persone.

E smettetela di fare i presuntuosi! Siete una parte del tutto, come gli animali e i vegetali. Non valete più di un pesce che muore dopo avere mangiato la plastica che gettate nel mare. Non valete più di un pioppo, siete solo più arroganti. E pure brutti, con due braccia e due gambe che vi escono dal tronco, e quella pelle d'un bianco nauseante e senza una spicola.

Se Dio mi avesse dato le lacrime, piangerei di gioia nel vedere lungo i marciapiedi i cadaveri dei malati. Alcuni li ho uccisi aspettandoli sulle maniglie dei bus o della metropolitana. Altri li ho avuti di fronte, giusto il tempo di tuffarmi nelle loro gole. Quegli uomini non si accorgevano di nulla, completamente assorti nella recita della felicità piccolo borghese: lavorare, lavorare, lavorare, palestra, social, mare, discoteca. Poi ricominciare.

Per me era facile rimanere nascosto nei loro corpi in attesa che mi portassero a un tiro di starnuto da una nuova vittima.

Ho fatto ciò che era giusto fare e tra qualche giorno toglierò il disturbo, prima che l'estate provi a uccidermi con il suo caldo infernale e la puzza di ascelle sudate.

Ma ora sono qui, contento, e voglio dirvi che in futuro vi terrò d'occhio. Sono riuscito a salvare questo fottuto pianeta e non voglio che ricominciate a distruggerlo. Adesso è un suolo sacro paragonabile al giardino dell'Eden. Ci sono fiori d'ogni specie, alberi graditi alla vista che danno frutti buoni da mangiare. L'acqua dei canali scorre limpida e irriga tutto il suolo. Gli uccelli sono tornati a popolare il cielo e il loro cinguettio non è più soffocato dal rumore delle auto.

Ogni tanto si sente un'ambulanza, ma che volete farci? C'è un prezzo da pagare per ogni cosa, come disse Jahvè dopo il diluvio.

*Il racconto ispiratore è "La sentinella".