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FRANCESCO CONSIGLIO

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IL VIRUS DEL DELITTO
Consiglio riscrive Aub

Io sono, io ero un giocatore di backgammon migliore di mia moglie. Avevo anche vinto un torneo aziendale, e dunque: nessuna possibilità di confronto. Ma lei tirò i dadi e fece un doppio sei, poi un doppio cinque e, per finire, ancora un doppio sei.

Un attimo prima di ritirarmi, presi una pedina e gliela lanciai in faccia con tutta la mia forza. Quante probabilità avevo di colpirla esattamente in un occhio? E quante di vederla cadere a terra, battere la testa e non svegliarsi più?

Di fronte al giudice, darò la colpa alla sfortuna.

Dirò: "Succede".

 

*

 

Sono una maestra. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini, e con tutti ho usato lo stesso metodo: carta, penna e libri. All'antica? Sì, ma funzionale. Perciò credo di essere una brava maestra. Lo credetti finché il governo non chiuse le scuole e rese obbligatoria la didattica a distanza. Il preside mi costrinse a usare un computer che si comportò come il peggiore alunno che avessi mai avuto: non mi prestava attenzione e non faceva assolutamente niente di quello che volevo. Io lo imploravo di rispondere ai miei comandi, gli toglievo la corrente, a un certo punto – non è da me – gli ho sputato sullo schermo. Ma niente.

Gli altri insegnanti cominciarono a prendermi in giro. Persi il sonno, l'appetito, finché un giorno non ne potei più e aspettai il preside sotto casa sua. Volevo dirgli che non doveva dispiacersi, ma io proprio non ce la facevo.

Lui mi vide e sorrise ma, tenendosi a un metro di distanza, mi apostrofò: "Come va la nostra asinella informatica? Ho notato che lei è l'unica a non avere inviato un solo compito ai suoi studenti".

Nei giorni successivi provai a rivendere il computer, ma le macchie di sangue secco sulla tastiera spaventavano tutti.

 

*

 

Avevo scommesso su quegli undici brocchi. E loro erano primi in classifica. Il più grande miracolo sportivo della storia mi avrebbe fatto diventare ricco. Ma la Federazione Gioco Calcio – che Dio li fulmini tutti! – sospese il campionato quando un giocatore risultò positivo al coronavirus. E due mesi dopo lo annullò.

Io protestai con le autorità politiche e sportive. Scrissi al direttore dell'agenzia di scommesse supplicandolo di accreditarmi la vincita. Ma quell'avido servitore del dio denaro mi suggerì di pensare all'arrivo del virus come a un tiro che sbatte sul palo e fa perdere una scommessa. Un fatto accidentale, una beffa del caso. E voleva chiuderla lì.

Gli scrissi ancora, dicendogli che scommettevo sulla sua morte entro pochi giorni.

Non mi ritengo un assassino, ma ormai gliel'avevo giurata.

Che figura avrei fatto, risparmiandogli la vita?

 

*

 

C'era una fila incredibile al negozietto all'angolo. Si entrava uno alla volta. E proprio quando toccava a me, vidi quel vecchio bavoso e ripugnante che stava al reparto frutta e guardava le noci di cocco. Erano almeno cinque minuti che guardava le noci di cocco. Ne prese una, la soppesò tra le mani e poi fece una smorfia, come per dire che non andava bene. Allora ne prese un'altra, e poi un'altra e un'altra ancora.

I minuti trascorrevano lentissimi e mettevano a dura prova la mia pazienza.

Quando finalmente il vecchio uscì, mi avventai sulla sua borsa, afferrai la maledetta noce di cocco e lo percossi sulla testa, con violenza esagerata, non so per quante volte.

Quel tiratardi non si decideva a morire.

 

*

 

La uccisi perché diceva di uscire per andare a fare la spesa, ma in casa mancava sempre tutto.

Ci provi adesso a tradirmi!

 

*

 

Tossivo, avevo la febbre alta e respiravo male. C'erano momenti che mi sembrava di soffocare, e quel dottore non sapeva fare altro che guardarmi con occhi compassionevoli.

"Andrà tutto bene", disse.

Ma il suo tono artificioso e freddo palesava un retropensiero: "Per fortuna sta capitando a lui e non a me".

La vita, il mondo, mi parvero davvero indecenti. E se non ci pensava Dio a riequilibrare le cose, ci avrei pensato io.

La mia fortuna fu che lì accanto c'era un bisturi.

Vi lascio immaginare com'è finita.

 

*

 

Dove l'avevo visto?

Ah, ora mi ricordo! Sul bus, un paio di mesi fa. Stavamo pigiati come sardine e quel ciccione mi respirava in faccia, affannosamente. Tutto gli puzzava, ma soprattutto l'alito. Un odore misto di latte avariato, sudore e urina. Vi assicuro che ebbi la tentazione di ucciderlo, ma non era cosa facile stendere a terra i suoi cento e passa chili di ciccia e muscoli. Così lasciai perdere.

Ebbene, voi non ci crederete, ma ieri il ciccio bombo era in tv. È sospettato di essere il paziente zero che ha portato il virus killer in città.

Se mi ammalerò anch'io – e sarà stata certamente colpa del suo fetido respiro – spero che ci mettano nella stessa stanza d'ospedale.

 

*

 

Uscì sul balcone con la chitarra e, senza nessuna vergogna, si mise a cantare: "Che sarà, che sarà della mia vita, chi lo sa?"

"Lo so io", gli urlai dall'appartamento di fronte. Lo presi al laccio, come si fa con i cavalli, e lo gettai di sotto.

La pazienza, con gli stonati, ha un limite.

 

*

 

Lo uccisi perché eravamo in troppi.

*Testi ispirati a "Delitti esemplari".