Io, se devo essere sincero, Tonino La Magna lo voglio morto. Morto ammazzato dal giorno che me lo ritrovai compagno di classe in terza media.

Mi ricordo che i professori lo chiamavano Diavolo, perché aveva due bernoccoli in fronte, uno a destra e uno a sinistra, e le croste gialle sulla faccia, sintomo di una dermatite seborroica che con il passare degli anni sarebbe diventata cronica. Chi abitava a Caceovo d'Abruzzo, il mio paese, non si meravigliava dell'amicizia tra mio padre, Girolamo Di Dio, e il padre di Tonino, Pasqualino La Magna, perché entrambi parlavano una lingua piena di parole scimmiesche che finivano con la lettera u. Mio padre era un maresciallo dei Carabinieri trasferito da Scesa di Trinacria a Caceovo per avere allacciato una relazione sentimentale con la figlia di un boss corleonese; quello di Tonino, dopo tredici anni di reclusione al supercarcere di Lanciano per associazione mafiosa, aveva deciso di rimanere in Abruzzo e aprire un'officina. Una sera, due sicari in motocicletta gli spararono alle spalle con un fucile a canne mozze ma lui rimase vivo perché il primo colpo lo prese di striscio, sulla guancia, e al secondo l'arma si inceppò. Una tentata esecuzione ordinata dalla mafia siciliana, era evidente, ma mio padre disse che Pasqualino stava preparando il caffè e gli era esplosa la caffettiera in faccia.
La verità me la disse Tonino, e non per odio verso il padre, ma per dimostrare a sé stesso che poteva dirmi tutto ed essere sicuro della mia omertà. Una parola fuori posto e Tonino mi avrebbe fatto il servizio.
Tra noi ragazzi di Caceovo, dire che Tonino ti faceva "il servizio" significava alludere a quel tragico momento in cui ci trovavamo con le mutande abbassate e il sale nel culo, così smerdavamo sangue per una settimana, e quando vedevamo il nostro persecutore, ci pisciavamo addosso per lo spavento.
Un mio amico, Pippo Marfisi, aveva subito la stessa violenza e si era confessato con don Giuseppe, ma quello stronzo di prete lo aveva tacitato: «Sono cose di ragazzi e tra voi ragazzi devono restare, perché sbrigarsela da soli vi aiuta a crescere». 
Questa era mentalità cattolico-mafiosa, avrei voluto dire, proprio a tutti. Ma ogni volta che ci provavo, la paura mi seccava la lingua. 
La conseguenza era che i miei genitori andavano a bere il caffè con i genitori del bullo che mi metteva il sale in culo. E chiacchieravano di calcio e di vestiti, del Caceovo retrocesso in Serie D e della signora Mascitti dell'omonima boutique che il 4 gennaio di tutti gli anni aumentava i prezzi sui cartellini per poi annunciare, il giorno dopo, fantastici sconti di fatto inesistenti. 
Quando vedevano che io e Tonino ci guardavamo in cagnesco, mia madre diceva: «Su, picciotti, picchì nun iti a jucari fùora? Cc'è u suli, na vota tantu, anchi si unn'è un soli bìeddu comu chiddu ca ci avemu 'n Sicilia».
Non pensava, povera donna, che grazie a quel campione di ficca-ficca che si era scelto per marito, tutta l'isola parlava delle corna che le erano spuntate. Ma mia madre era così: odiava Caceovo e rimpiangeva il sole del suo paese come se fosse una stella che brillava dall'estrema punta della Sicilia fino allo stretto di Messina, e poi se ne accendeva un'altra, più smorta, per i continentali. 
Se la sua lingua serpentina non fosse stata cremata insieme al corpo, e le sue ceneri disperse nei giardini di Villa Castiglione, a Scesa di Trinacria, immagino che ancora direbbe, per la miliardesima volta, che è impossibile nascere in Sicilia e desiderare trasferirsi altrove, perché non esiste in tutto il mondo un luogo più caldo e più accogliente. 
Messo in chiaro che la tiepida siccità della Sicilia è un'eresia che serve a imbrogliare i turisti che si recano nelle agenzie di viaggio, oggi sarei stato costretto a dare ragione a mia madre.

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